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Quando si fa riferimento alla piccola frazione di Capua, Sant’Angelo in Formis, la prima immagine che sovviene alla mente è certamente quella della basilica benedettina. tabula peuntEdificata sulle pendici del Monte Tifata e menzionata nella Tabula Peutingeriana, si presenta oggi come una struttura romanica, ma nel corso della sua storia ha conosciuto diverse forme. Ciò che possiamo apprezzare oggi infatti, è soltanto una parte di ciò che resta di un sontuoso santuario edificato tra IV e III secolo a.C., tenendo presente che l’edificio religioso odierno, in realtà, sfrutta il basamento del tempio dedicato a Diana Tifatina, ripercorrendone interamente il perimetro. La struttura santuariale che comprendeva un’ampia area, ha subito nel tempo numerosi rifacimenti uno dei quali, in età tardo repubblicana, quando la stessa dovette assumere forme monumentali con la realizzazione di ampie terrazze: in particolare, quella sopravvissuta sino a noi, ricalca la terrazza antica che doveva essere abbellita da portici e apprestamenti di vario genere.

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Il monte che domina dai suoi seicento metri di altitudine la valle del Volturno e la Via Appia, ospitava quello che gli antichi definivano locus amenus, ricco di boschi di querce e ruscelli d’acqua, dove la dea Diana era solita andare a caccia di animali selvatici.

Di questa prima fase si conserva molto poco, ma i resti sopravvissuti, hanno permesso di comprendere come si presentasse il maestoso santuario al momento della sua edificazione e di apprezzare maggiormente ciò che è giunto sino a noi. Restano ancora in situ:

  • il podio in blocchi di tufo grigio con profilo modanato per un’altezza di 2 m, poggiante sulla roccia calcarea del monte, visibile tramite una lastra, e la pavimentazione musiva del tempio di Diana Tifatina;
  • il tratto murario in opera laterizia sul lato Est del santuario che conserva ancora delle mensole;
  • lacerti murari in opera laterizia e mensole inglobati in strutture di epoca successiva lungo il lato Sud;
  • il limite settentrionale del temenos, ovvero del recinto sacro che chiudeva il santuario.

Gli scavi condotti hanno dimostrato che il tempio di Diana avesse una pianta rettangolare con cella addossata al muro di fondo e pareti laterali chiuse con colonne sulla fronte (sine postico). Le protomi leonine e a palmetta dovevano abbellire il tetto, come testimoniano i ritrovamenti recenti.

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La pianta del tempio nella sua prima fase e i resti conservati nell’attuale chiesa.

Un’iscrizione monumentale celebrava la realizzazione di un muraglione in opera incerta, ad opera di Servio Fulvio Flacco nel 135 a.C. di almeno 7 metri che si articolava in altrettanti muri di sostruzione, mentre un ulteriore muro di contenimento in opera quadrata fu individuato durante gli scavi del 1978, ma rinterrato immediatamente.

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Dinanzi all’altare della chiesa e al centro si conserva ancora il pavimento originale del tempio, realizzato con piccole tessere bianche regolari atte a formare una composizione “a canestro”, mentre il resto dell’edificio mostra lastre medievali in marmo. Gli studiosi De Franciscis e Ferrua scoprirono inoltre la presenza di tessere bianche che andarono a sostituire nel mosaico pavimentale delle tessere nere, dando la lettura di alcuni magistrati che operarono i lavori della stessa nel 108 a.C., fra questi sono stati riconosciuti i nomi di Ser.Sulpicius Galba e L.Lucinius Lucullus, da una prima lettura e Ser.Sulpicius Galba affiancato dal nome di M.Aurelius Scaurus, come seconda ipotesi.

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Iscrizione pavimentale

Apprendiamo di un successivo intervento da un’altra iscrizione, posta originariamente al di sotto del tempio di Diana e conservata oggi al Museo Nazionale di Napoli, nella quale si fa riferimento al 99 a.C. quando vennero realizzati un vestibolo monumentale, una cucina, un portico e apposte due statue di Castore e Polluce, grazie all’ampliamento dello spazio sacro circostante.

Nel 74 a.C. il tempio subì un rifacimento completo, come accertato dagli scavi del 1992, con un ampliamento del podio che trasformò l’edificio in un esastilo con 9 colonne laterali (parti del nuovo basamento sono visibili all’esterno, al di sotto dell’abside, dove oggi c’è una piccola grata in ferro) e una nuova pavimentazione musiva con colonne in marmo.

In età longobarda il tempio verrà trasformato in una chiesa, consacrata all’Arcangelo Michele e ricostruita nel 1073 dall’abate Desiderio di Montecassino che previde per l’edificio un ciclo di affreschi che si rifanno al Vecchio e al Nuovo Testamento. L’impianto a tre navate concluse da absidi semicircolari, presenta un nartece con archi a sesto acuto.

La basilica di Sant’Angelo, pur non conservando l’aspetto monumentale di un tempo, riesce a destare stupore in chi la guarda ancora oggi, soprattutto per la consapevolezza del suo trascorso storico. (Helena Medugno)

*Le foto del muro in laterizio sono state prese da qui e qui