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Abbiamo visto (per l’articolo precedente clicca qui),come la basilica benedettina fosse in un passato molto remoto un tempio dedicato a Diana Tifatina; adesso vedremo come la stessa, eretta sull’antico podio del tempio e sfruttando alcune colonne di marmo sormontate da capitelli corinzi, abbia assunto un diverso aspetto già a partire dall’epoca longobarda, quando venne trasformata in una chiesa destinata al culto di San Michele Arcangelo, principe delle milizie celesti che sconfisse il serpente, come fa menzione Daniele nell’Apocalisse.

Grazie al Chronicon Cassinese e al Regestum S.Angeli in Formis, siamo in grado di ricostruire la storia del luogo a partire dal X secolo, quando Pietro I (925-938), vescovo di Capua, autorizzò i monaci cassinesi ad erigere un monastero presso la suddetta chiesa.

78198783_561520361291343_8308692638739988480_nPer volontà di Riccardo, conte di Capua, il complesso verrà affidato nel 1072 all’abate Desiderio a cui si deve un ambizioso progetto iconografico che darà alla chiesa una precisa connotazione religiosa. Le pitture parietali, nel loro insieme, infatti, rispondono all’esigenza di rappresentare scene bibliche che ricostruiscono un definito programma teologico, così come accadeva in molte altre basiliche d’Oriente e d’Occidente. Nonostante non vi siano notizie certe sulla data di realizzazione degli affreschi, si ipotizza che i lavori dovettero iniziare poco dopo la donazione operata da Riccardo, e sicuramente prima della morte di Desiderio, il quale sceglie di farsi rappresentare in una delle pitture, sul bordo sinistro dell’abside centrale nell’atto di reggere in mano il modellino della basilica.

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Il portico, riedificato nel XII secolo, non corrisponde a quello che possiamo oggi apprezzare. Le sei scene affrescate nell’atrio, realizzate da diversi artisti accomunati dal medesimo stile, rappresentano quattro immagini che richiamano alla vita eremitica, mentre la lunetta che sormonta il portale raffigura l’Arcangelo Michele, al di sopra del quale è presente l’icona della Madonna Regina, restaurata. I lavori del XII secolo trasformarono gli archi a tutto sesto del portale in archi a sesto acuto, da come si evince dalla tessitura irregolare dei tufi sul fianco destro del portico e dal paramento murario, oltre che dalla lunetta con la Vergine che rivela l’originario supporto della volta più antica. Sull’architrave del portale è collocata un’epigrafe con una scritta in latino, dove possiamo leggere: “Salirai al cielo se conoscerai te stesso come Desiderio, il cui spirito divino osservando la legge, edificò un tempio al dio per ricevere un frutto che è eterno”.

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L’interno, a tre navate, tre absidi e priva di transetto, presenta una ricca decorazione murale, in particolare il catino absidale decorato con il Cristo assiso su di un trono di pietre preziose e circondato dagli Evangelisti, recante un libro dove si legge: EGO SUM ALFA E O (MEGA) PRIM(US) ET NOVISSIMUS, è un’immagine che colpisce immediatamente chi entra nella struttura. L’affresco absidale, infine, è completato nel registro inferiore, dai tre Arcangeli a figura intera, da San Benedetto, sbiadito, e dal già citato abate Desiderio. Di grande pregio artistico è anche la ricca decorazione pittorica delle absidiole laterali: in quella di destra è raffigurata la Vergine col Bambino fra gli Angeli, mentre in quella di sinistra, si trova Cristo affiancato da due santi e sei Santi Martiri ai loro piedi.

78289663_865649653870839_7444358671175254016_nL’impianto della chiesa era, inoltre, scandito da quattordici colonne, disposte su due filari di sette che si concludevano in pilastri poligonali sormontati da capitelli di stile romanico, mentre nella controfacciata terminavano con due mezze colonne in tufo con analoghi capitelli. Durante i lavori di restauro de 1900, è stato individuato il capitello della mezza colonna di destra che affiancava, all’interno, il portale della chiesa, obliterato nell’800 da scaglie di intonaco.

L’altare originale, andato irrimediabilmente perduto, venne sostituito durante i lavori del 1732 con uno in stucco, al quale seguì circa cinquant’anni dopo, l’aggiunta di un baldacchino marmoreo, rimosso solo in seguito ai lavori di restauro e rimpiazzato dall’attuale sarcofago strigilato, proveniente dal chiostro del Museo di San Martino che funge attualmente da mensa eucaristica. A sinistra dello stesso, troviamo il pulpito di forma quadrata, rivestito un tempo di preziosi mosaici oggi scomparsi, al quale è affiancato un antico capitello capovolto, in marmo, di stile corinzio che fungeva da candelabro durante la liturgia pasquale.

Non mancano altri arredi preziosi che abbelliscono l’interno della chiesa, tra i quali apprezziamo: un’ara tardoromana appartenente alla famiglia Carafa, un capitello romanico poggiante su un frammento di colonna in marmo cipollino che fungono entrambi da acquasantiere, e un fonte battesimale ricavato da rocchi di colonne scanalate.

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Lungo le navate si dipana un articolato programma decorativo, dove presenziano scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, in particolare, le navate laterali sono affrescate di episodi veterotestamentari, mentre nella navata centrale si organizzano una serie di pitture che si susseguono su tre registri in bande orizzontali, raccontando in sequenza una storia, come nel caso del Buon Sammaritano; mentre altri episodi si articolano in due riquadri, come per la Cena e la Lavanda dei Piedi. Nello spazio tra le arcate nella navata centrale, sul lato sinistro, sono visibili le immagini dei profeti a figura intera che reggono un cartiglio, recanti versetti collegati alle scene superiori, mentre tra le arcate del lato opposto vi sono otto santi, sei dei quali, abbigliati alla maniera benedettina.

Sulla controfacciata si può notare il Giudizio Finale, dominato dall’immagine imponente del Cristo Giudice, il cui volto è andato perduto per la realizzazione di una delle tre aperture nella muratura, realizzate durante i lavori del 1732; nel registro superiore, sono presenti gli angeli trombettieri che risvegliano i morti dalle loro sepolture. Seguono gli angeli, preceduti da arcangeli, i dodici apostoli, ed ancora tre angeli che spiccano al di sopra dell’accesso, con dei cartigli recanti il verdetto di salvazione o di condanna. In basso, gli Eletti del Paradiso che raccolgono frutti e che intonano inni di gioia, mentre a destra del portale vi sono i Dannati, dove spicca Giuda tra le braccia di Satana.

Gli artisti che hanno realizzato queste splendide pitture, sono certamente maestranze indigene che ricalcano non soltanto la tradizione bizantina, ma si adattano alla precisa volontà di creare evidenti punti di contatto con codici e miniature del monastero di Montecassino, dal quale dipendeva la basilica.

campanileDi non minore importanza è il campanile che si erge al lato destro della basilica, distinto in un basamento di travertino e lastre marmoree provenienti da un edificio romano. Il primo piano reca due feritoie ed è sormontato da una cornice marmorea, mentre il secondo livello, in mattoni rossi è abbellito da bifore. La struttura campanaria compare nella miniatura del Regesto di Sant’Angelo in Formis e in uno degli affreschi della basilica, come collocato a sinistra della stessa. Molto probabilmente, in seguito al crollo dello stesso che causò danni rilevanti anche all’atrio, venne ricostruito a destra, dove è ubicato attualmente (per altre foto della basilica, clicca qui).

Bellezza dell’arte medievale, la struttura con il suo arredo, contempla meraviglia e desta stupore in ogni suo angolo. (Helena Medugno)

Fonte:  Gianmarco Jobitti- Salvatore Abita, La basilica bendettina di Sant’Angelo in Formis, Napoli,  1992